Ha scritto di Cornelia Stauffer :

Maria Grazia Tolomeo

Curatore de Palazzo delle Esposizioni di Roma

In Inghilterra invece la cosiddetta “bad painting” si è rivelata la soluzione adatta ad assorbire immagini di contesti differenti, alti e bassi, figurativi ed astratti, senza preoccupazione di scelta per descrivere il contesto attuale. La pittura viene infatti modificata, strapazzata, spezzata a rivelare, nelle immagini conosciute, profondi cambiamenti.  I giovani tedeschi, compagni di strada di Cornelia, riprendono in mano il pennello (alcuni di loro non lo avevano mai abbandonato rivolgendosi ad una figuratività densa e distorta, ricca di memoria e di amarezza) per celare le loro inquietudini spesso dietro una decoratività fatta di disegni floreali, piacevoli combinazioni di colori provenienti dal mondo pubblicitario o da quello dei videogiochi, o per descrivere, con spietato realismo, senza illusioni, la vita della Germania odierna e i problemi identitari di un paese recentemente riunificato. Spesso frammenti, piccoli avvenimenti quotidiani, scorci architettonici rivelano una incapacità a leggere coscientemente l’intera storia degli ultimi anni. A Cornelia invece non interessa rinnovare un linguaggio di cui peraltro conosce tutti i segreti, né vuole dedicarsi alla sperimentazione: a lei interessa arrivare ad esprimersi, attraverso un suo personale alfabeto e rendere conoscibile agli altri il suo sguardo profondo verso le mutazioni della natura. Non le serve più il disegno, modella direttamente sul colore che splende sulla tela attraversato da bagliori più o meno accesi. Lo studio, l’elaborazione esistono ancora ma vengono bruciati da una evidenza immediata dell’immagine. L’artista affronta un soggetto, vi si dedica con passione, lentamente entra nel paesaggio e la chiarezza iniziale si trasforma in tumulto. La trasformazione viene visualizzata da un continuo riproporre sulla tela lo stesso soggetto, visto in momenti diversi, quasi una pratica zen di monettiana memoria: è infatti il tempo, come nel grande impressionista, il protagonista delle opere di Cornelia, quel tempo che lei immagina come una clessidra che segna inesorabilmente i minuti e le ore. Che poi il tempo diventi l’interprete dei pericoli incombenti sulla natura, che questi pericoli siano dovuti all’azione dell’uomo superficiale e dissipatore, è un ulteriore motivo suggerito dall’artista. Noi restiamo folgorati da accensioni di colori che si dipanano da tela in tela, dal giallo al verde al blu assumendo poi corruschi toni che vanno dall’azzurro al marrone e che evocano masse d’acqua scrosciante che si riversano sul terreno travolgendo  rocce, arbusti, alberi. Ma che parlano soprattutto dell’intensità del rapporto che l’artista ha con i fenomeni della natura. Questo ci vuole dire Cornelia, la sua comprensione profonda di una trasformazione continua, in cui dalla lentezza e continuità si passa improvvisamente a piccole, ma profonde cesure: all’artista, nuovo demiurgo, è dato esserne testimone, per restituire all’arte il compito di innescare, se questo è il suo compito, dei corti circuiti che riescano a suscitare dubbi e a incrinare certezze.

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