Guglielmo Gigliotti

Critico D'arte

Ha scritto di Cornelia Stauffer :

Siamo frutto tra i frutti
 

Dal centro della catastrofe ecologica che sta investendo il mondo viene da chiedersi se l’arte possa salvarci. Il centro è ovunque, perché la catastrofe è universale. L’arte pure sa andare ovunque, perché l’arte è un gesto sottile, si insinua. Ecco, nessuno oggi crede nel trionfo dell’ecologia sull’economia, ma tutti possono avere il diritto di immaginare mediante immagini un nuovo modo di relazionarsi alle cose e alla vita, un modo impostato sui criteri di armonia, il modo più antico.

Cornelia Stauffer si guarda in giro, attraversa i vasti campi che circondano la sua abitazione presso Maccarese, guarda le erbe e le zolle di terra, si immedesima nel territorio, entra a farne parte come creatura tra le cose create, il cielo sulla testa, il vento in faccia, gli orizzonti lontani. E poi le bottiglie accartocciate. Sono una ferita di stupidità nel cuore di un’ipotesi di benessere materiale e morale, ma parlano di noi, della nostra natura innaturale, natura che si suicida. Quelle bottigliette oscene non sono biodegradabili, sono «per sempre». Che fare? Cornelia Stauffer decide di non guardare altrove, ma di guardarsi dentro. Lì, nei campi della memoria ancestrale c’è la molla del mito, anche lui c’è «per sempre», perché c’è da sempre. L’arte è forse l’ultima grande favola resistente all’uomo moderno, l’arte è ancora capace di creare, da se stessa, miti. La bottiglietta di plastica nel mito dipinto da Cornelia Stauffer si rivela da subito nella sua natura formale di potenziale scultura, di oggetto da guardare e da rappresentare, scandagliandone particolari, contorsioni volumetriche, ombre, tagli e luci. Fertilizzato ancora dal mito, dal sogno e dalla fantasticante libertà di immaginare un mondo concimato dalla poesia, quella bottiglia-oggetto si fa nelle visioni di Cornelia Stauffer pesce o pane, assurge al cielo in forma di spiga, per tornare, secondo cicli antichi come la fantasia, sulla terra in forma di rugiada di colore, di segni e di sogni.

Diceva Van Gogh di voler «dipingere come i contadini arano la terra». Questa potenza di terra madre che coincide con il campo della pittura, da coltivare con l’aratro della coscienza che si fa esperienza insieme esistenziale ed estetica, per una salvezza che non salva forse il mondo, ma la sua anima, ad iniziare dalla nostra, ecco, questo approccio alla reale utopia dell’arte come soluzione, se non di problemi, di nodi profondi, è il modo di vivere l’arte e la vita di Cornelia Stauffer. I suoi «campi» sono tessiture fitte di segni a carboncino, di loro fotocopie, di fotografie, di brani di pittura, sono un collage che dolcemente esplode in tutte le direzioni, che nevica dal basso, che galleggia nel vuoto, venendoci incontro, ma solo per proiettarci al centro dell’immagine. In «Onda infernale», che fa da pendant a «Onda invernale», il collage si colora di elementi di plastica trovati sulla spiaggia di Fregene, per un riciclo poetico intrinsecamente politico, perché portatore di nuovi sguardi per più consapevoli comportamenti. La «segnificazione» dell’oggetto di plastica è garanzia di nuova significazione dello scarto, del rimosso elevato a pittura di sé.

E poi le «Piste». Il racconto visivo di Cornelia Stauffer entra dentro il presente, ma lo fa con grazia. La prospettiva futura di un ingrandimento dell’aeroporto di Fiumicino con una terza pista che raggiungerà gli amati campi di Maccarese si fa prospettiva della pittura, concreta fuga dello sguardo in profondità spaziali che solcano i campi da arare dell’arte e della coscienza. E’ ancora una volta un gesto poetico-politico, realizzato con le armi della spatola e del pennello, un gesto di amore profondo per questo territorio, per questa terra, per la terra di tutti campi della terra, da quello in Svizzera dell’orto del nonno di Cornelia, di cui lei ricorda ancora l’odore della terra appena smossa, orto di infanzia che non smette di produrre frutti, all’orto che l’artista ora coltiva davanti casa, pensando alla terra dei nonni dei nonni, la terra originaria, quella da dove veniamo come frutto tra i frutti.

bibliografia di Cornelia Stauffer