Angela Maria Piga

Critico D'arte

Ha scritto di Cornelia Stauffer :

Time and Eternity

Emily Dickinson

 

XXXVI

I LOST a world the other day.                                             Ho perso un Mondo l'altro giorno.

Has anybody found?                                                            Qualcuno l'ha trovato?

You’ll know it by the row of stars                                       Si riconosce dal Filo di Stelle

Around its forehead bound.                                                          Legato intorno alla fronte.

A rich man might not notice it;                                            Un Ricco - potrebbe non notarlo;   

Yet to my frugal eye                                                             Eppure - al mio Occhio frugale

Of more esteem than ducats.                                               Ha più Valore di Ducati,

Oh, find it, sir, for me!                                                         Oh trovatelo - Signore - per me!

 

(Emily Dickinson, F209 – J181 , 1861-1860)

 

Questi versi di Emily Dickinson possono fare da guida alla ricerca di Cornelia Stauffer, che ripercorre la memoria degli anni dell'infanzia svizzera, le passeggiate nei boschi che l'artista faceva col nonno. L'occhio frugale, dato forse da una cultura che nella sobrietà e nel risparmio concepisce la responsabilità dell'individuo nella società che gli è affidata, in Stauffer si fa integrità – morale e artistica - nel tratto erto e sicuro dei disegni sulle clessidre, in mostra al Museo Canonica. Anche Stauffer, come Dickinson, ha perso il suo mondo, “l'altro giorno”, cioè un giorno qualunque, che diventa “altro” perché in questo mondo di violenta incoscienza, Chronos non digerisce più i suoi figli, li ignora, condannandoci all'inciviltà dell'obnubilamento, di un eterno presente, in cui viviamo senza chiederci di domani, senza scrutare lo ieri, voraci senza fame, colmi di odio verso l'attesa e la possibilità di quel risparmio che solo può esistere nelle società civili, quelle che hanno memoria e timore della storia, e che ripongono il surplus in attesa di tempi peggiori, o ad omaggio della buona sorte nei tempi migliori. Il ricco uomo della Dickinson non lo trova il  mondo che anche Stauffer sembra cercare nella spirale, nel vortice in cui le due forze delle clessidre si toccano. I ducati non servono a trovare il mondo, ma a distruggerlo, per giocare al rialzo al momento non della ri-costruzione, che presume la memoria e la conservazione della rovina, ma della costruzione da zero, una perenne costruzione che ricicla divorando senza nutrirsi. Chronos è impazzito, non aspetta più albe né tramonti, non è più affamato dei giorni a venire, né dei suoi figli: la vita non si riproduce più dalla morte di ciò che la precede, ma mantiene se stessa in una danza dei folli. Gode di se stesso il tempo contemporaneo, senza passato, senza avvenire, senza malinconia né speranza, senza ipotesi, senza indizi, quegli indizi che Stauffer cerca nei punti di fuga dei suoi disegni, nei frammenti, nei collage. I collage sono la sovrapposizione di detriti, e che annullano è innanzitutto la prospettiva, il sentiero, la direzione del cammino. Stauffer ha il tratto duro e deciso quando solca e scava nel bosco dove non ritrova più il mondo che ha conosciuto. Le sue clessidre talvolta sembrano foreste, o ricordi di fiumi prosciugati e l'artista, che opera partendo dal gesto del disegno prima che dal concetto, non lo cerca questo mondo perduto al di là dello spazio concreto, come Dickinson. Stauffer si intestardisce, e lo cerca nell'unico luogo dove le è dato stare: il proprio mondo, quello dello studio, quello del bosco infantile che la campagna romana dove vive non le offre  più. Ecco perché, come ogni opera che vuole restare e non scorrere nel presente continuo senza origine e senza meta i disegni di Stauffer rifiutano il colore, perché non vogliono immaginare un mondo ma vederlo.Ma, non vedendolo più, ecco subentrare, nei piccoli come nei grandi disegni, la caparbia volitività di ritracciare una mappa degli antichi passi, sentieri e varchi, in foreste e paesaggi che la memoria rischia di non saper più evocare. Non metafore né simboli cercano i disegni di Cornelia Stauffer, ma il mondo davvero perduto, il suo, il proprio. L'artista risparmia al disegno il colore per aggirare le trappole dell'immaginazione e smottare, a mano, passo dopo passo, il terreno disboscato dall'ignoranza. Un terreno, quello della superficie della carta, che lei si ostina a seminare ancora e ancora, con la tenacia di cui solo è capace chi, senza affidarsi alle stelle, ha passeggiato a lungo nei boschi.                                                                                                       

bibliografia di Cornelia Stauffer